L’attenzione: la diamo per scontata, eppure è il filtro invisibile attraverso cui la realtà ci raggiunge. Ogni istante il nostro sistema nervoso è bombardato da milioni di stimoli: il rumore del traffico, il tatto dei vestiti sulla pelle, il profumo del caffè, la luce che entra dalla finestra. Eppure, di tutto questo, siamo consapevoli solo di una minima parte. Come avviene questa selezione? Chi decide cosa meriti di entrare nella nostra coscienza e cosa no?
L’attenzione: la diamo per scontata, eppure è il filtro invisibile attraverso cui la realtà ci raggiunge. Ogni istante il nostro sistema nervoso è bombardato da milioni di stimoli: il rumore del traffico, il tatto dei vestiti sulla pelle, il profumo del caffè, la luce che entra dalla finestra. Eppure, di tutto questo, siamo consapevoli solo di una minima parte. Come avviene questa selezione? Chi decide cosa meriti di entrare nella nostra coscienza e cosa no? In questo articolo, andremo ad analizzare i principali modelli neuroscientifici dell’attenzione, esplorando i suoi diversi tipi e i substrati cerebrali che li rendono possibili, attingendo in larga misura al lavoro di Posner e Petersen (1990) e alle più recenti revisioni di Corbetta e Shulman (2002).
Prima di addentrarci nei tipi di attenzione, è utile fare un passo indietro e capire perché esiste l’attenzione. Il cervello umano, per quanto straordinario, ha risorse limitate. Non può elaborare tutto in egual misura e contemporaneamente. L’attenzione è dunque la soluzione evolutiva a questo problema: un sistema di selezione che privilegia ciò che è rilevante — perché è nuovo, perché è pericoloso, perché lo abbiamo scelto noi — e sopprime ciò che non lo è. Già da questa semplice premessa si intuisce che l’attenzione non sia una cosa sola, ma un insieme di meccanismi distinti, seppur coordinati. Vediamoli insieme.
Attenzione selettiva
Il primo e forse più studiato tipo di attenzione è l’attenzione selettiva: la capacità di focalizzarsi su uno stimolo specifico ignorandone altri. Immaginate di essere a una festa affollata. Decine di conversazioni si sovrappongono, la musica fa da sfondo, qualcuno ride rumorosamente in un angolo. Eppure, se qualcuno pronuncia il vostro nome dall’altra parte della stanza, lo sentite. Questo fenomeno, noto come “cocktail party effect”, è uno degli esempi più celebri di attenzione selettiva. Il cervello, in quel momento, non stava elaborando consciamente tutte le conversazioni, ma era comunque in grado di intercettare uno stimolo biologicamente rilevante — il vostro nome — e portarlo alla coscienza. Dal punto di vista neuroanatomico, l’attenzione selettiva coinvolge prevalentemente la corteccia parietale posteriore e la corteccia frontale, che lavorano insieme per orientare le risorse cognitive verso lo stimolo scelto e sopprimere attivamente l’elaborazione degli altri. È un processo, dunque, sia di amplificazione che di inibizione.
Attenzione sostenuta
Il secondo tipo è l’attenzione sostenuta, ovvero la capacità di mantenere la concentrazione su un compito per un periodo prolungato. Pensate a un controllore di volo che osserva il radar per ore, o semplicemente a voi stessi mentre cercate di leggere un libro difficile. Qui non si tratta di selezionare uno stimolo tra tanti, ma di mantenere vivo il fascio attentivo nel tempo. Il substrato neurale dell’attenzione sostenuta chiama in causa in modo particolare il lobo frontale destro e il sistema di attivazione reticolare ascendente, una rete di neuroni che si estende dal tronco encefalico alla corteccia e che regola i livelli generali di vigilanza e arousal. Non è un caso che la fatica cognitiva — quella sensazione di non riuscire più a concentrarsi dopo ore di studio — rifletta proprio il progressivo esaurimento di questo sistema. È affascinante notare come l’attenzione sostenuta sia fortemente legata ai ritmi circadiani: non siamo macchine, e la nostra capacità di mantenerla oscilla nel corso della giornata secondo pattern prevedibili.
Attenzione divisa
Terzo tipo: l’attenzione divisa. Qui le cose si complicano. Si tratta della capacità — spesso sopravvalutata — di prestare attenzione a più stimoli o compiti contemporaneamente. Guidare mentre si conversa, cucinare ascoltando un podcast: queste attività sembrano richiedere attenzione divisa. La ricerca, tuttavia, ha da tempo messo in discussione l’idea che il cervello sia davvero capace di multitasking. Ciò che in realtà accade nella maggior parte dei casi è un fenomeno detto task-switching, ovvero un rapido e ripetuto spostamento dell’attenzione da un compito all’altro, non una vera elaborazione parallela. Esiste però un’eccezione parziale: quando uno dei due compiti è altamente automatizzato — come la guida per un guidatore esperto — richiede pochissime risorse attentive e può dunque coesistere con un secondo compito più impegnativo. La corteccia prefrontale gioca un ruolo cruciale nella gestione di questa divisione: è lei che alloca le risorse, stabilisce le priorità e gestisce i conflitti tra compiti concorrenti.
Attenzione esogena ed endogena
Un’ulteriore distinzione, trasversale alle precedenti, è quella tra attenzione esogena e attenzione endogena. La prima è involontaria, guidata dall’ambiente: se un oggetto si muove improvvisamente nel vostro campo visivo, il vostro sguardo vi si sposta automaticamente, prima ancora che abbiate il tempo di sceglierlo. È un riflesso di orientamento, mediato in larga parte da strutture sottocorticali come il collicolo superiore, e ha un evidente valore evolutivo: rispondere rapidamente a stimoli improvvisi poteva fare la differenza tra la vita e la morte. L’attenzione endogena, invece, è volontaria e guidata dall’interno: decidete voi su cosa focalizzarvi, indipendentemente da ciò che accade intorno. Questo tipo di attenzione richiede un maggiore coinvolgimento della corteccia prefrontale e parieto-frontale ed è quella che entra in gioco quando studiate, leggete, pianificate. Corbetta e Shulman (2002) hanno proposto un modello in cui questi due sistemi fanno capo a due reti cerebrali distinte ma interagenti: una rete dorsale frontale-parietale per l’attenzione volontaria e una rete ventrale, lateralizzata a destra, per il rilevamento automatico di stimoli salienti nell’ambiente. È il dialogo tra queste due reti che consente al nostro sistema attentivo di essere al contempo flessibile e reattivo.
Attenzione spaziale e il modello di Posner
Nessun articolo sull’attenzione sarebbe completo senza un cenno al celebre modello di Posner. Negli anni Ottanta, Michael Posner distinse tre operazioni fondamentali del sistema attentivo nello spazio: lo spostamento (disancorare l’attenzione dalla posizione attuale), il movimento (spostare il fascio attentivo verso la nuova posizione) e il rancoraggio (ancorare l’attenzione al nuovo bersaglio). Questi tre step coinvolgono strutture cerebrali diverse: il lobulo parietale superiore è deputato allo spostamento, il collicolo superiore al movimento, il pulvinar del talamo all’ancoraggio. Questo modello ha aperto la strada a decenni di ricerca sull’attenzione spaziale e ha permesso di comprendere, tra l’altro, la sindrome del neglect: una condizione conseguente a lesioni della corteccia parietale destra in cui il paziente ignora sistematicamente tutto ciò che si trova nel suo campo visivo sinistro, non per un deficit sensoriale, ma per una vera e propria incapacità di rivolgere l’attenzione verso quello spazio.
In questo articolo abbiamo cercato di passare in rassegna i principali tipi di attenzione che le neuroscienze hanno finora individuato e studiato. Ciò che emerge con chiarezza è che l’attenzione non è un’unica facoltà, ma un sistema articolato e gerarchico, in cui reti cerebrali diverse collaborano e si influenzano a vicenda per fornirci quella straordinaria capacità di orientarci nel mondo, di scegliere ciò che conta, di ignorare ciò che non conta. Ed è proprio questa complessità a renderla un tema così affascinante: ogni volta che vi concentrate su qualcosa, state mettendo in moto un meccanismo che la scienza studia da decenni e che non ha ancora del tutto svelato i suoi segreti. Come la coscienza di cui abbiamo parlato in un precedente articolo, l’attenzione è uno di quei fenomeni che la neuroscienza riesce a mappare, a localizzare, a misurare — ma che nella sua interezza continua a sfuggirci, come un uccello che si lascia avvicinare ma non afferrare.
Se non vuoi perderti altri articoli come questo, rimani aggiornato su questo sito.
A presto!
Aggiungi commento
Commenti