Perché alcune persone riescono a spegnere la console senza difficoltà, mentre altre continuano a giocare nonostante problemi scolastici, lavorativi o relazionali? La risposta potrebbe trovarsi nel modo in cui il cervello impara a gestire il disagio emotivo.
Negli ultimi anni la dipendenza da videogiochi è diventata un tema di crescente interesse clinico e scientifico. Sebbene i videogiochi rappresentino per la maggior parte delle persone una forma di intrattenimento sana e gratificante, in alcuni casi il comportamento di gioco può assumere caratteristiche problematiche fino a compromettere il funzionamento sociale, scolastico, lavorativo o familiare. La prospettiva cognitivo-comportamentale offre strumenti utili per comprendere i meccanismi psicologici che contribuiscono allo sviluppo e al mantenimento di questa condizione.
Secondo il modello CBT, la dipendenza da videogiochi non può essere ridotta a una semplice mancanza di autocontrollo o a un eccessivo interesse per la tecnologia. Piuttosto, viene considerata il risultato dell’interazione tra processi cognitivi, stati emotivi e comportamenti che tendono a rinforzarsi reciprocamente nel tempo. Il videogioco può trasformarsi progressivamente in una strategia privilegiata per affrontare emozioni spiacevoli come ansia, stress, tristezza, noia, frustrazione o senso di inadeguatezza.
Molti soggetti con un utilizzo problematico dei videogiochi riferiscono di sperimentare nel contesto virtuale un senso di competenza, efficacia e controllo difficilmente raggiungibile nella vita quotidiana. I videogiochi offrono obiettivi chiari, regole definite e sistemi di ricompensa immediati. Al contrario, la realtà richiede spesso attese prolungate, gestione dell’incertezza e tolleranza alla frustrazione. Questa differenza può rendere l’ambiente virtuale particolarmente attraente, soprattutto nei periodi caratterizzati da difficoltà personali o da una ridotta percezione di autoefficacia.
Dal punto di vista cognitivo, un ruolo importante è svolto dai pensieri automatici e dalle credenze disfunzionali associate al gioco. Possono emergere convinzioni come “solo giocando è possibile sentirsi bene”, “nella vita reale non si è abbastanza capaci” oppure “smettere di giocare significherebbe perdere tutto ciò che è stato costruito”. Tali interpretazioni influenzano le emozioni e aumentano la probabilità di ricorrere al videogioco come principale fonte di gratificazione e regolazione emotiva. Con il passare del tempo, la riduzione delle attività alternative contribuisce a confermare queste convinzioni, alimentando un circolo vizioso sempre più difficile da interrompere.
Un altro meccanismo centrale nella comprensione della dipendenza da videogiochi è il rinforzo negativo. In molti casi il comportamento di gioco non viene mantenuto esclusivamente dal piacere che produce, ma soprattutto dalla capacità di ridurre temporaneamente emozioni indesiderate. Dopo una giornata particolarmente stressante, un conflitto interpersonale o una delusione, il videogioco può offrire una rapida sensazione di sollievo. Tuttavia, poiché le difficoltà sottostanti rimangono irrisolte, il bisogno di ricorrere nuovamente al gioco tende a ripresentarsi, favorendo la cronicizzazione del problema.
L’intervento cognitivo-comportamentale mira innanzitutto a comprendere la funzione che il videogioco svolge nella vita della persona. Attraverso il monitoraggio delle situazioni antecedenti, dei pensieri associati e delle conseguenze del comportamento, diventa possibile identificare i fattori che mantengono la dipendenza. Questa fase di assessment rappresenta un passaggio fondamentale per costruire un piano terapeutico personalizzato.
Successivamente il lavoro clinico si concentra sullo sviluppo di strategie alternative di regolazione emotiva, sulla ristrutturazione dei pensieri disfunzionali e sul recupero graduale di attività gratificanti al di fuori del contesto virtuale. Particolare attenzione viene dedicata all’incremento delle competenze di problem solving, alla gestione del tempo e alla pianificazione delle attività quotidiane. L’obiettivo non consiste necessariamente nell’eliminazione completa del videogioco, ma nel ripristino di una relazione equilibrata con questa attività, all’interno di uno stile di vita più ampio e soddisfacente.
È importante sottolineare che un elevato numero di ore trascorse a giocare non è sufficiente per formulare una diagnosi di dipendenza. L’elemento decisivo riguarda piuttosto la presenza di una significativa compromissione del funzionamento personale e la difficoltà nel controllare il comportamento di gioco nonostante le conseguenze negative. Per questo motivo, la valutazione clinica deve andare oltre il semplice conteggio del tempo trascorso davanti allo schermo e considerare il significato che il videogioco assume nella vita della persona.
La prospettiva cognitivo-comportamentale invita dunque a spostare l’attenzione dal comportamento osservabile alle funzioni psicologiche che esso svolge. Comprendere quali bisogni emotivi, relazionali o identitari vengano soddisfatti attraverso il gioco rappresenta spesso il punto di partenza più efficace per promuovere un cambiamento stabile e duraturo.
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